Quando aspettiamo qualcuno che decida

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Squadra di Protezione Civile riunita in un punto di coordinamento operativo mentre raccoglie informazioni, consulta mappe e comunica via radio.
Non sempre possiamo prendere la decisione che manca. Possiamo però contribuire a creare le condizioni perché possa essere presa.

A volte un problema è evidente a tutti molto prima che qualcuno faccia qualcosa per affrontarlo.

Le persone lo hanno visto, ne hanno parlato, magari hanno anche iniziato a immaginare possibili soluzioni. Eppure nessuno prende posizione, non necessariamente per disinteresse o perché manchino le competenze, ma perché ciascuno aspetta che sia qualcun altro a decidere.

È un'attesa che può sembrare perfettamente ragionevole: forse qualcuno conosce meglio la situazione, la decisione spetta a chi ricopre un ruolo preciso, mancano ancora informazioni oppure intervenire rischierebbe di sovrapporsi a chi sta già facendo qualcosa.

Sono tutte ragioni sensate, prese singolarmente. Il problema nasce quando diventano il ragionamento di tutti.

A quel punto può verificarsi qualcosa di paradossale: un gruppo composto da persone capaci, attente e disponibili rimane fermo non perché nessuno possa contribuire, ma perché ognuno presume che la decisione debba arrivare da altrove.

Aspettare non significa sempre essere passivi

Esistono situazioni in cui aspettare è la scelta corretta. Quando le informazioni sono insufficienti, una decisione appartiene chiaramente alla responsabilità di qualcun altro o agire troppo presto rischierebbe di creare confusione, fermarsi può essere una forma di disciplina.

Questo vale ancora di più nei contesti organizzati, dove ruoli, procedure e responsabilità esistono per una ragione. Prendere iniziativa non significa ignorarli, sostituirsi a chi deve decidere o considerare ogni attesa come una perdita di tempo.

La distinzione importante è capire se stiamo aspettando per una ragione concreta oppure semplicemente perché immaginiamo che, prima o poi, qualcuno prenderà in mano la situazione.

Le due condizioni possono apparire simili dall'esterno, ma sono profondamente diverse. Nel primo caso l'attesa fa parte dell'azione: stiamo raccogliendo informazioni, aspettando una conferma, verificando una condizione o lasciando a chi ne ha la responsabilità il tempo necessario per svolgere il proprio compito. Nel secondo si crea uno spazio vuoto nel quale nessuno sta realmente facendo avanzare la situazione, mentre ciascuno presume che qualcun altro lo stia facendo o dovrebbe farlo.

È in quello spazio che la responsabilità comincia a diventare difficile da individuare.

Una decisione senza proprietario

Quando una decisione non ha un responsabile evidente, tendiamo facilmente ad attribuirla a qualcuno che immaginiamo più informato, più competente o più autorizzato di noi.

Il problema è che quel qualcuno può non sapere affatto di essere atteso.

In una riunione può essere chiaro a tutti che una questione debba essere risolta, ma nessuno sa con certezza chi debba portarla a una conclusione. In un progetto può emergere un problema che attraversa le responsabilità di più persone senza appartenere chiaramente a nessuna. In una situazione operativa un'informazione può essere conosciuta da diversi componenti del gruppo, mentre ognuno presume che sia già arrivata a chi deve valutarla.

In tutti questi casi il problema non è necessariamente la mancanza di competenza. Esistono persone in grado di contribuire, informazioni disponibili e magari persino possibili soluzioni. Ciò che manca è il passaggio che trasforma tutto questo in una decisione.

Quando quel passaggio non appartiene chiaramente a nessuno, è facile immaginare che appartenga a qualcun altro.

È così che una decisione può rimanere sospesa anche quando quasi tutti hanno capito che sarebbe necessario prenderla.

Quando l'attesa diventa una scelta

L'attesa ha una caratteristica insidiosa: dopo un po' smette di sembrare tale.

Se una questione rimane aperta abbastanza a lungo, possiamo abituarci alla sua presenza. Se nessuno la porta a una conclusione, diventa facile pensare che ci sia ancora tempo. Quello che inizialmente appariva come qualcosa da affrontare può lentamente trasformarsi in una parte normale del contesto.

Ma non decidere non significa necessariamente mantenere ferme le cose.

Nel frattempo le condizioni possono cambiare, alcune possibilità ridursi e problemi inizialmente gestibili diventare più difficili da affrontare. Anche l'assenza di una scelta produce conseguenze, perché il tempo continua a modificare ciò che abbiamo davanti indipendentemente dal fatto che qualcuno abbia deciso come agire.

È uno dei motivi per cui certe questioni sembrano diventare improvvisamente urgenti. Non sempre l'urgenza nasce in quel momento: a volte è semplicemente diventato impossibile continuare a rimandare ciò che era già evidente.

Questo non significa che sia necessario decidere rapidamente in ogni circostanza. Una buona decisione può richiedere tempo, informazioni e confronto. Il punto è distinguere il tempo che stiamo usando per prepararla da quello che trascorriamo aspettando che sia qualcun altro a occuparsene.

Sono due forme di attesa molto diverse: una costruisce le condizioni per agire, l'altra lascia semplicemente che siano le condizioni a decidere per noi.

Quello che si vede sul campo

Nelle situazioni operative questa differenza emerge con particolare chiarezza, perché informazioni, responsabilità e decisioni devono riuscire a incontrarsi in tempi spesso molto brevi.

Un problema può essere stato individuato senza che sia chiaro chi lo stia seguendo. Un'informazione importante può essere conosciuta da più persone e non arrivare a chi ne ha bisogno perché ciascuna presume che sia già stata comunicata. Può anche accadere che tutti sappiano che qualcosa debba essere deciso, ma nessuno abbia ancora verificato chi disponga degli elementi necessari per farlo.

Sono situazioni molto diverse dall'assenza di organizzazione. Ruoli e procedure possono essere perfettamente definiti, ma nessuna struttura riesce a prevedere ogni circostanza, soprattutto quando il contesto cambia rapidamente e le informazioni arrivano da punti diversi.

In quei momenti il contributo più utile non consiste necessariamente nel fornire una risposta. Può essere sufficiente verificare se un'informazione sia arrivata, capire chi stia seguendo una questione, raccogliere gli elementi ancora dispersi o rendere evidente che esiste una decisione in attesa di essere presa.

È un passaggio apparentemente piccolo, ma cambia la natura del problema. Finché tutti presumono che qualcun altro se ne stia occupando, abbiamo un'attesa indefinita. Quando qualcuno verifica che cosa manca e chi deve riceverlo, quella stessa situazione comincia ad avere una direzione.

L'esperienza insegna anche questo: non tutte le difficoltà operative richiedono immediatamente una soluzione. Alcune richiedono prima di tutto che qualcuno renda chiaro il problema, metta in relazione le informazioni disponibili e faccia arrivare la questione nel punto in cui una decisione può essere realmente presa.

Rendere possibile una decisione

Questa distinzione è importante perché spesso associamo l'iniziativa all'atto di scegliere: qualcuno prende una decisione, indica una direzione e gli altri cominciano ad agire.

Ma esiste una forma di iniziativa meno visibile e altrettanto importante.

Prendere l'iniziativa non significa necessariamente decidere. Può significare rendere possibile una decisione.

Possiamo farlo verificando che il problema sia conosciuto, raccogliendo informazioni utili, chiarendo ciò che ancora manca, formulando una proposta o chiedendo esplicitamente chi abbia la responsabilità di portare la questione a una conclusione.

Nessuna di queste azioni richiede necessariamente di sostituirsi a chi deve scegliere. Richiede però di non considerare l'attesa come l'unica possibilità disponibile.

È una distinzione utile anche fuori dai contesti operativi. Molte situazioni della vita quotidiana rimangono sospese non perché siano prive di soluzione, ma perché continuiamo ad aspettare una risposta, un'autorizzazione, un chiarimento o una scelta senza fare nulla per creare le condizioni necessarie a sbloccare la situazione.

Non possiamo sempre prendere la decisione che manca. Possiamo però chiederci se esista qualcosa che possiamo fare perché quella decisione diventi possibile.

Capire che cosa stiamo aspettando

Quando una situazione rimane ferma, una delle domande più utili non è necessariamente "che cosa dobbiamo fare?", ma "che cosa stiamo aspettando?".

La risposta può essere molto concreta: un'informazione, una verifica, l'autorizzazione di una persona precisa, il risultato di un controllo. In questi casi sappiamo perché siamo fermi e che cosa deve accadere prima di procedere.

Altre volte, però, la risposta è molto più vaga: aspettiamo che qualcuno decida.

È allora che vale la pena andare un passo oltre e chiedersi chi sia esattamente quel qualcuno. Se esiste una persona con una responsabilità precisa, possiamo verificare che disponga delle informazioni necessarie. Se manca un dato, possiamo contribuire a recuperarlo. Se non sappiamo chi debba occuparsi della questione, possiamo almeno renderlo esplicito.

Non significa appropriarsi di una responsabilità che non ci appartiene. Significa evitare che l'assenza di chiarezza venga scambiata per una ragione sufficiente per restare fermi.

Perché una delle forme più difficili da riconoscere dell'attesa è proprio quella in cui tutti sanno che qualcosa dovrebbe accadere, ma nessuno sa con certezza chi dovrebbe farlo accadere.

Chi stiamo aspettando?

La parola "qualcuno" è comoda.

Ci permette di immaginare che da qualche parte esista una persona più informata, più competente o più autorizzata che prima o poi prenderà in mano la situazione. A volte quella persona esiste davvero ed è giusto aspettare che faccia la propria parte.

Altre volte scopriamo che nessuno ha ricevuto il compito che tutti pensavamo appartenesse a qualcun altro.

È in quel momento che l'iniziativa assume una forma molto concreta. Non significa avere tutte le risposte o decidere al posto degli altri, ma riconoscere che aspettare ancora non aggiungerà ciò che manca e chiedersi quale contributo possiamo dare perché la situazione faccia un passo avanti.

Può essere una domanda, una segnalazione, un'informazione raccolta, una verifica o una proposta. Azioni piccole, ma capaci di trasformare un'attesa indefinita in qualcosa che finalmente può essere affrontato.

Quando ci accorgiamo di stare aspettando che qualcuno decida, quindi, forse la prima domanda non dovrebbe essere chi prenderà quella decisione.

Prima ancora vale la pena chiedersi se stiamo facendo tutto ciò che possiamo per renderla possibile.


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