L'intelligenza emotiva sotto pressione
È facile pensare di saper gestire le proprie emozioni quando nulla ci sta mettendo davvero alla prova.
Poi qualcosa cambia. Arriva una notizia inattesa, una persona reagisce male, un problema si complica, il tempo si riduce o una decisione comincia ad avere conseguenze importanti. La tensione aumenta e insieme a lei cambiano il nostro modo di pensare, il tono con cui parliamo, ciò a cui prestiamo attenzione e persino il modo in cui interpretiamo quello che fanno gli altri.
È in momenti come questi che l'intelligenza emotiva smette di essere un concetto interessante e diventa una capacità concreta.
Non significa non avere paura, non arrabbiarsi o riuscire a mantenere sempre un'apparenza tranquilla. Significa accorgersi di ciò che sta succedendo dentro di noi abbastanza presto da evitare che una reazione momentanea prenda il controllo di quello che faremo dopo.
Perché le emozioni non scompaiono quando la situazione richiede razionalità. Molto spesso accade esattamente il contrario: diventano più intense proprio quando avremmo maggiore bisogno di continuare a osservare, ascoltare e scegliere con attenzione.
Quando reagiamo prima di capire
Quando qualcosa ci mette sotto pressione, non iniziamo necessariamente da un ragionamento ordinato.
Il corpo può reagire prima ancora che abbiamo compreso fino in fondo che cosa stia accadendo. Il battito accelera, aumenta la tensione muscolare, l'attenzione si restringe. Possiamo diventare più impazienti, parlare più velocemente, interrompere gli altri o sentire il bisogno di arrivare immediatamente a una conclusione.
Sono reazioni normali. Il problema non è averle, ma non accorgerci di quanto stiano influenzando il nostro modo di pensare e agire.
Sotto pressione possiamo convincerci di essere semplicemente più concentrati quando in realtà stiamo considerando sempre meno alternative. Possiamo interpretare la nostra fretta come efficienza, l'irritazione come determinazione o la difficoltà ad ascoltare come prova del fatto che gli altri non abbiano ancora capito la gravità della situazione.
Ed è proprio qui che le emozioni diventano difficili da gestire: non sempre le percepiamo come emozioni. A volte ci sembrano una descrizione perfettamente razionale di ciò che sta accadendo.
La paura può far apparire una possibilità come una certezza, la rabbia trasformare un errore in una colpa e l'ansia far sembrare urgente ciò che è soltanto importante. Persino la frustrazione può convincerci che continuare a spiegare non serva più.
Quello che proviamo è reale. Non significa necessariamente che lo sia anche l'interpretazione che ne stiamo dando.
Essere calmi non basta
Quando si parla di situazioni difficili, la calma viene spesso presentata come la risposta ideale.
È comprensibile. Una persona agitata può aumentare la confusione, mentre qualcuno capace di mantenere un comportamento composto tende a comunicare maggiore stabilità. Ma ridurre l'intelligenza emotiva alla capacità di restare calmi significa perdere una parte importante del problema.
Possiamo apparire perfettamente tranquilli ed essere comunque guidati dalla paura, parlare con un tono controllato avendo già smesso di ascoltare o non mostrare irritazione e continuare a prendere decisioni soltanto per dimostrare di avere ragione.
La calma esteriore non garantisce che dentro di noi stia avvenendo un buon processo.
Ciò che conta è riuscire a riconoscere la propria condizione mentre la stiamo vivendo: capire che siamo arrabbiati prima di rispondere, accorgerci che la fretta sta restringendo il nostro campo di attenzione, riconoscere che una critica ci ha messo sulla difensiva o che la paura di sbagliare sta cominciando a condizionare una scelta.
Non serve eliminare l'emozione. Serve evitare di confonderla con la situazione.
Questa distinzione è uno dei passaggi più difficili, perché richiede di osservare contemporaneamente due cose: ciò che sta accadendo intorno a noi e ciò che sta accadendo dentro di noi.
Quello che la pressione rende visibile
Nelle situazioni in cui pressione e incertezza aumentano rapidamente, l'influenza delle emozioni sulle nostre azioni diventa più facile da osservare.
Quando le condizioni cambiano rapidamente, arrivano informazioni incomplete e le conseguenze possono essere importanti, non esiste un interruttore che permetta di mettere da parte paura, stanchezza, frustrazione o preoccupazione fino alla fine dell'intervento. Tutto questo entra nella situazione insieme a noi.
Lo si vede nei piccoli cambiamenti.
Una comunicazione può diventare più brusca, una domanda essere percepita come una contestazione e un'informazione che contraddice l'idea che ci siamo già fatti ricevere meno attenzione. Persino un errore che normalmente avremmo corretto senza difficoltà può diventare motivo di irritazione, mentre la necessità di fare presto comincia a trasformarsi nella sensazione che qualunque rallentamento sia un ostacolo.
Non serve che qualcuno perda il controllo perché le emozioni inizino a influenzare ciò che sta accadendo. Molto più spesso il loro effetto è sottile e progressivo.
Ed è proprio questo a renderle importanti.
L'esperienza non rende immuni da queste reazioni. Può però aiutare a riconoscerle prima, perché alcune sensazioni diventano familiari: quella fretta che porta a voler chiudere troppo presto una valutazione, l'irritazione che segnala che stiamo smettendo di ascoltare, la necessità improvvisa di dimostrare qualcosa quando sarebbe più utile tornare ai fatti.
Non significa diventare distaccati. Significa conoscere abbastanza bene le proprie reazioni da capire quando stanno cominciando a modificare il nostro modo di leggere la situazione.
Creare spazio tra quello che proviamo e quello che facciamo
Una delle idee più utili dell'intelligenza emotiva è anche una delle più semplici da descrivere e difficili da applicare: non siamo obbligati a trasformare immediatamente ogni emozione in un comportamento.
Tra ciò che proviamo e ciò che facciamo può esistere uno spazio.
A volte dura pochi secondi. È il tempo necessario per accorgersi che stiamo per rispondere con irritazione, per chiedere di ripetere un'informazione invece di respingerla, per controllare un dato prima di reagire o semplicemente per riconoscere che siamo troppo coinvolti per valutare una questione con la stessa chiarezza di qualche minuto prima.
Non sempre possiamo fermarci a lungo. In alcune situazioni bisogna agire rapidamente e le condizioni non concedono il tempo per un'analisi approfondita di ciò che stiamo provando. Ma anche allora esiste una differenza tra reagire automaticamente e sapere che cosa ci sta spingendo a reagire.
Quel piccolo margine può cambiare molto.
Può impedirci di trasformare un contrasto in un conflitto, di scambiare una sensazione per un fatto o di prendere una decisione soltanto per liberarci della tensione che produce il dover ancora decidere.
L'autocontrollo non consiste nel non provare emozioni. Consiste nel non consegnare automaticamente a ogni emozione il diritto di decidere cosa faremo.
Non è repressione. Non stiamo cercando di cancellare ciò che sentiamo, ma di concederci abbastanza spazio per capire che cosa farne.
Dare un nome a ciò che sta accadendo
Riconoscere un'emozione sembra un gesto elementare, ma sotto pressione può essere sorprendentemente difficile.
Dire a se stessi “sono arrabbiato”, “questa situazione mi sta mettendo ansia” o “ho paura di sbagliare” non risolve il problema. Cambia però il punto da cui lo osserviamo.
Finché l'emozione rimane indistinta, tende a mescolarsi con tutto il resto. Quando riusciamo a riconoscerla, possiamo iniziare a distinguere ciò che appartiene alla situazione da ciò che appartiene alla nostra risposta.
Non serve trasformare ogni momento difficile in un esercizio di introspezione. Spesso bastano domande molto più concrete: perché questa cosa mi sta irritando così tanto? Sto reagendo a ciò che è successo o al modo in cui è stato detto? Sto cercando di risolvere il problema o di dimostrare che avevo ragione? Questa decisione è davvero urgente oppure voglio semplicemente smettere di sentire la pressione di doverla prendere?
Sono domande scomode proprio perché possono restituirci risposte che non ci piacciono.
Ma l'intelligenza emotiva non serve a farci sentire meglio con noi stessi. Serve a farci vedere con maggiore precisione quale parte di ciò che sta accadendo dipende dalla situazione e quale stiamo aggiungendo noi.
Le emozioni degli altri entrano nella situazione
Gestire la propria risposta è soltanto una parte del problema.
Sotto pressione abbiamo davanti persone che stanno vivendo la stessa situazione da punti di vista diversi. Qualcuno può essere spaventato, un altro arrabbiato, qualcuno può avere bisogno di parlare mentre un altro si chiude. C'è chi reagisce cercando immediatamente qualcosa da fare e chi ha bisogno di qualche momento per comprendere ciò che è successo.
Trattare tutte queste reazioni come ostacoli alla razionalità significa perdere informazioni importanti.
Una persona agitata può avere bisogno prima di sentirsi ascoltata per riuscire a comprendere un'indicazione. Una risposta aggressiva può nascondere paura o senso di impotenza. Il silenzio non significa necessariamente accordo, così come una domanda ripetuta non indica sempre che qualcuno non abbia ascoltato.
Comprendere questo non significa giustificare qualsiasi comportamento né assumersi la responsabilità delle emozioni altrui. Significa riconoscere che, quando lavoriamo con altre persone, anche il loro stato emotivo fa parte della situazione che dobbiamo saper leggere.
È qui che l'intelligenza emotiva smette definitivamente di essere soltanto autocontrollo e diventa capacità relazionale.
Non dobbiamo essere immuni
C'è un rischio nel parlare di autocontrollo, soprattutto quando ci riferiamo a persone abituate ad affrontare situazioni difficili: creare l'idea che essere preparati significhi diventare progressivamente impermeabili.
Non funziona così.
Esperienza e preparazione possono renderci più capaci di riconoscere alcune reazioni e di gestirle, ma non eliminano la possibilità di avere paura, arrabbiarsi, sentirsi sopraffatti o commettere errori. Pretendere il contrario non ci rende più forti; rischia semplicemente di renderci meno capaci di accorgerci di ciò che ci sta succedendo.
Essere emotivamente competenti non significa essere imperturbabili.
Significa riuscire, anche quando la pressione aumenta, a mantenere abbastanza contatto con noi stessi da sapere che cosa stiamo provando, abbastanza attenzione verso gli altri da comprendere che cosa sta accadendo anche a loro e abbastanza spazio mentale da non trasformare automaticamente tutto questo in una reazione.
A volte ci riusciremo bene. Altre volte ce ne accorgeremo soltanto dopo.
Anche questo fa parte del processo, perché riconoscere a posteriori il momento in cui abbiamo smesso di ascoltare, abbiamo reagito troppo rapidamente o abbiamo lasciato che la tensione guidasse il nostro comportamento costruisce quella familiarità che può aiutarci a riconoscerlo prima la volta successiva.
Restare nella situazione
Sotto pressione non abbiamo bisogno di diventare persone diverse da quelle che siamo.
Abbiamo bisogno di riuscire a restare nella situazione senza essere trascinati completamente da ciò che provoca in noi.
Questo può significare fermarsi per qualche secondo prima di rispondere, riconoscere che una decisione ci spaventa, ascoltare ancora una volta un'informazione che contraddice la nostra idea, abbassare il tono invece di alzarlo o ammettere che in quel momento non siamo nelle condizioni migliori per valutare qualcosa.
Sono gesti poco spettacolari, che non eliminano l'incertezza, la paura o la pressione, ma ci restituiscono il margine necessario per scegliere come comportarci invece di limitarci a reagire.
Ed è forse proprio quando la situazione diventa difficile che l'intelligenza emotiva mostra il suo valore più concreto: non nel riuscire a non sentire la tempesta, ma nel fare in modo che la tempesta non decida al posto nostro.